Auckland in relax, giorno 18

Altra partenza oggi ma prima mi godo la città in relax perché mi attendono 2 aerei:da Auckland a Sydney e da Sydney a Gold Coast. 

Passo per una strada che credo di aver già fatto e mi accorgo di un murale assurdo, familiare… la scena della creazione che tante volte ho visto nella cappella sistina! Una sorpresa immensa, tanto più che adoro sta scena! Quante volte l’ho ammirato con la testa all’insù, cercano di capire quanti più dettagli possibile ma un capolavoro non finisci mai di scoprirlo, secondo me.

Per un attimo resto in contemplazione anche di questo. Mi chiedo perché farlo su un palazzo con delle finestre ma la trovo ugualmente un’idea geniale! Ci vorrebbe un po’ più d’arte, di bellezza nella nostre città, per questo ho sempre condiviso le parole di Peppino Impastato: 

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.

Questa comunque è una sacrosanta verità che vale ovunque, non solo in Sicilia. Qui è tutto diverso, efficiente e funzionale rispetto alle realtà a cui siamo abituati noi eppure non è la prima volta che mi sorprendo a provare nostalgia per le nostre imperfezioni! Non so se sia solo un problema di abitudine. In Francia mi succede sempre e non è solo perchè cucinano da schifo. Pure qui non scherzano da quel punto di vista! Ma per inciso, lo scettro della cucina improponibile resta a giusto titolo ai francesi (imho). No, il fatto dell’imperfezione, del disordine, credo che sia più qualcosa di legato al folklore, non solo alla familiarità con certi luoghi. 

Pranzo con Chloé e mi avvio verso l’aeroporto. Lo so, potevo prendere direttamente un volo per Gold Coast ma ci tenevo a fare tutto il viaggio fino a lì con Laura. La grande incognita sono le 3 ore tra un volo e l’altro perché se poco poco quello da Auckland è in ritardo o se c’è troppa fila al controllo passaporti addio al secondo volo! 

E invece no, volo in orario, lotta di passi con vecchiaccia coreana che alla fine riesce a passarmi avanti al controllo passaporti ma fare una scena perché è una gran cafonazza potrebbe essere mal visto davanti al poliziotto. Quindi me ne sto buonina maledicendola in tutte le lingue! 

Finalmente riesco a uscire dal terminal, hanno bloccato l’accesso al treno è un ragazzo mi consiglia di prendere l’autobus che passa abbastanza frequentemente. Metto dieci dollari nella macchinetta per fare il biglietto, mi dà il testo ma non il biglietto. Mi si avvicina una famiglia di cileni per chiedermi informazioni! Ho dimenticato un sacco di spagnolo, porca miseria, ma riusciamo a capirci lo stesso! Non parlano inglese. Spiego che la macchinetta ha un guasto e faccio da interprete con l’autista del bus che nel frattempo è arrivato. Mi invitano a scoprire le bellezze del Cile e dentro di me mi chiedo chissà quando perché è già nella mia lista mentale. Prima di fare i biglietti per venire qui ho provato in tutti i modi a includere proprio il Cile nel viaggio di ritorno ma, niente, veniva considerato come giro del mondo e mi veniva uno sproposito. Chissà, magari la prossima volta? 

Arriviamo al terminal nazionale e trovo Laura, come d’accordo. Tra tutte e due non so chi sia più stanca ma poco importa, è l’abbiamo fatta! Altro check-in e via al gate. 

In volo le parlo di giù (Salento), di come sia l’unico posto che mi manca sempre, ovunque vada. Deve essere davvero il mio posto nel mondo! Si può appartenere davvero a un posto che in realtà non ti appartiene? 

Comincio a pensare alla cosa che mi piace di più di giù e ne sono emerse 2: stare a casa da sola a San Foca e andare al mare a San Foca! Ma tipo il top del top! È strano, giù ho una vita molto ripetitiva, monotona, da vecchia, lenta e soprattutto non faccio vita sociale ma mi piaaaaaceeeee😍

È la vecchia che è in me, non lo so, nn l’ho ancora capito. Per me giù è uno stacco totale, sociale, cerebrale e infatti mi ricarica come niente altro al mondo. Voglio dire il mare è mare sempre ma il mare di giù cura tutte le ferite, se ce ne sono. 

Giù è casa. È come se nn potesse succedere niente di brutto. Mi sento protetta. Ovviamente è un’assurdità ma è una sensazione che adoro. 

Arriviamo alle dieci passate all’aeroporto di Gold Coast. Andiamo a recuperare la macchina a noleggio e l’ostello sta proprio lì attaccato all’aeroporto, forse potevamo fare a meno di prenderla stasera stessa ma non lo sapevamo e vabbè! 

Waiheke, giorno 17

Non c’è niente come il mare, niente che riesca a riossigenarmi quando sto in apnea. La stanchezza che deriva dal dover sostenere un bombardamento di chiacchiere inutili in pochi la possono capire. Sarà che da una vita lavoro col pubblico e non ne posso più della gente, di nessuno. Non ne posso più dei finti sorrisi, l’estenuante vociare, una valanga insensata di parole…. una malattia tipica della società moderna. Pare che bisogni far conversazione per forza, a tutti i costi, pure quando non si ha niente di utile da dire. Parlare così, perché alcuni hanno il gusto di farlo e non hanno nè la delicatezza nè l’accortezza di domandarsi se gli altri siao disposti ad ascoltare il profluvio di parole che hanno deciso di vomitare per quest’oggi! 

Per questo viaggio da sola, perché i compagni di viaggio bisogna sceglierli con cura, perché non ne posso più di gente spaventata dal silenzio. Per me è un grave difetto il non sapersi ascoltare, non sapersi guardare dentro, che te ne fai di compagni di viaggio del genere, gente che ha paura della sua stessa ombra ma ancor più della solitudine. Ho imparato che puntualmente mi ritrovo a fargli da psicoterapeuta proprio per questa loro incapacità di sapersi e volersi ascoltare allora no, grazie, ho già dato! Ho già affrontato masse e singoli frustrati, infelici, insoddisfatti, morbosamente dipendenti da una qualsiasi tipo di relazione umana, una spalla su cui piangere, una stampella umana che li aiuti a sopportare la loro stessa presenza! Per questo poi ti ritrovi davanti al mare e ti svuoti, ti scordi automaticamente ogni tipo di negatività, frustrazione e indecenza precedentemente scaricatati addosso da sti parassiti. 

Per i miei gusti fa freddo, sto con sciarpa, maniche lunghe e cappello ma il mare riflette tante piccole stelle. È giorno, ma i riflessi del sole mi scaldano il cuore. Le cicale sono instancabili, Tiromamcino a palla e a fanculo tutti! 

Vorrei visitare l’isola ma devo prima depurarmi, sono sbarcata da poco, una fermata di bus e come attirata da una calamita sono venuta dritta sparata qui. È il mare che chiama, sono i piedi che mi ci conducono. Come fai a spiegarlo? 

Ricordo ancora quella volta in cui tornavo da Firenze dopo un viaggio assurdo in macchina. Avevo lavorato lì un anno, al mare c’ero stata solo una volta, quel giorno pioveva, era già inverno, non avevo dormito, stanca ma con una sensazione addosso di liberazione; arrivo ad Ostia e invece di andare a casa mi fermo mezz’ora al mare! Prima di chiamare le amiche, mia madre, chiunque… È il solito discorso, non puoi stare bene con gli altri se prima non stai bene con te stessa. Per questo dico che tutta sta gente dovrebbe curarsi… ma da uno bravo! Non puoi rompere i coglioni al prossimo, pure quelli che non conosci! 

Ricomincio a fluire…

Mi sbrago sull’erba a guardare il mare… Non c’è quasi nessuno… Un minuto… Due minuti… forse arrivo a tre… ma niente, non ce la fanno, è più forte di loro, l’ennesimo rompicoglioni mi si siede vicino! Ho ancora i Tirimancino a palla in cuffia, il coglione prova a fare conversazione ma con l’amabilità che mi contraddistingue lo guardo solo malissimo mentre mentalmente lo mando a cagare. No, non si è accorto di niente, come minimo starà pensando alla prossima cosa da dire! Non si accorge mai nessuno di quanto li odi, per questo mi ritengo molto “amabile”, se fossi meno socievole lo insulterei in malo modo e cambierei posto ma sono stanca di questa diaspora alla ricerca di solitudine! Lo ritengo un mio diritto ma ne vengo costantemente privata! Sogno ancora la casetta vicino al faro sull’isola deserta nella Bay of islands! 

Riprendo il giro dell’isola. Col biglietto del traghetto ho incluso pure una formula “hop on hop off” che mi permette di fare su e giù per l’isola con un pullman. Insomma, Oneroa carina ma troppo turistica per i miei gusti e baia claustrofobica, Ostend peggio di peggio, Onetangi salvable (vedi foto), la spiaggia più lunga dell’isola. Tutte e 3 sono delle spiagge. Sull’ultima il vero relax ma nessuna che vada dritta al cuore. Di bello quest’isola ha un microclima mite che ti fa sembrare la grigia e caotica Auckland lontana anni luce. Un altro mondo a solo mezz’ora di traghettata. Qui va tutto più lento ed è tutto più verde, più selvaggio, più pacato. Continuo il mio giro, vigneti ogni 200 metri, tanto verde, case moderne a prezzi spropositati. Non capirò mai i miei consimili. Poi, giuro che non lo faccio a posta, mi capita sotto gli occhi un articolo di psicoadvisor che diceva le stesse cose che sostengo anch’io e vengo colpita dal passaggio qui sotto. 

Il pettegolezzo è di per sé un sintomo di scarsissima autostima verso se stesso, che cerca quindi di esorcizzare e compensare coinvolgendo le vittime nelle sue chiacchiere impietose e infondate. 

Alla fine tutto torna! Ancora una volta comunque resto colpita dell’educazione, la solarità e la discrezione dei Maori. Ho parlato con uno che faceva l’autostop alla fermata dell’autobus, ci siamo rivisti poi all’ultima spiaggia ed è bastato un ampio sorriso di riconoscimento. Idem la signora che aspettava il marito, sempre alla fermata dell’autobus, per dargli il pranzo (era l’autista!). Scambi 4 chiacchiere civili, rispettano il silenzio o se giri la testa dalla parte opposta, lo spazio vitale come quello mentale! 

Torno nel tardo pomeriggio, con Chloé andiamo a Mount Eden per vedere il tramonto sulla città. Incrociamo un gruppo di taitiani, cazzeggiamo un po’ insieme, poi si alza il vento e torniamo verso il centro.  

Decidiamo di fermarci a cenare da un coreano, Chloé non ne è troppo entusiasta ma io ho voglia di noodle, il locale è strapieno e ci sembra buon segno. Mentre aspettiamo notiamo che nessuno finisce quello che ha nel piatto, sono tutti coreani e noi le uniche europee. Dopo un po’ ci arriva quello che avevamo scelto ma in un’aspettata brodaglia nauseabonda e affatto invitante. Ci guardiamo in faccia e in un attimo decidiamo di scappare via! Non si fa, lo so, ma c’è presa così! Una corsa a perdi fiato fino all’angolo della strada. Ci infiliamo nel primo supermercato e Chloé opta per le pappardelle ma solo perché le ha scambiate per fettuccine! Stasera sarò io a rovinare la pasta buttandoci dentro l’aceto per sbaglio! Niente, non c’è verso, non è cosa di mangiare la pasta all’estero! 

Il verde della Nuova Zelanda, giorno 16

Colazione presto per tutti nella camera dell’inglese a cui hanno assegnato un mini appartamento. Subito dopo andiamo sulla riva opposta di Hokianga per la prima esperienza di sand board (un po’ per tutti). 

La discesa sembra ripida ma ci teniamo tutti a provare. Bisogna sdraiarsi su una tavoletta a pancia in giù, piegare in dentro le braccia e nel caso si decida di frenare affondare le dita dei piedi nella sabbia. C’è chi finisce direttamente dentro l’acqua, chi si ferma prima, chi mangia un po’ di sabbia. In ogni caso ci ammazziamo tutti dalle risate! Molto molto carina come cosa, da rifare magari in in giorno di pieno sole, noi abbiamo avuto una giornata un po’ coperta ma il viaggio di rientro è stato fantastico lo stesso. 

Per strada è tutto verde e noi ci fermiamo a Tane Mahuta dove si trova il più grande+grande albero kauri della Nuova Zelanda. In cima contiene oltre 100 specie di piante, anche orchidee. Alcune di cuenta queste vivono solo sugli alberi Kauri. È impressionante vedere come in natura specie totalmente diverse tra loro riescano a corsi stereo pacificamente senza farsi la guerra in continuazione. Avviene tanto nel mondo vegetale quanto in quello animale, a noi non si è capito che ci è preso! Siamo in lotta con l’intero pianeta e soprattutto contro noi stessi. È un comportamento talmente controproducente e innaturale che trovo stupefacente come siamo riusciti a tirare avanti fino adesso. 

Continuiamo alla volta dei Kai-iwi lakes, dove ci fermiamo per la pausa pranzo. 

Sono di acqua dolce ma a giudicare dalla sabbia giurerei che sono invece salati! Sembra quasi di stare in Sardegna, è calmo, c’è pace.
Passiamo davanti a distesi sterminio di verde, colline, alberi, mucche, pecore e cavalli. I kiwi non li ho visti perché sono animali prevalentemente notturni e hanno giustamente paura dell’uomo. 

Continuo a sostenere che la parte migliore del viaggio sia il viaggio in sé, la meta sì ma se non riesci a goderti il viaggio per arrivarci ti perdi il meglio! 

Rientriamo ad Auckland nel pomeriggio. Con Chloé andiamo a mangiare un discreto fish & chips al porto ma niente a che vedere con quello dell’hotel il giorno prima. 

Crollo a letto per sopraggiunti limiti di stanchezza! 

Bay of Islands, giorno 15

Comincio la giornata presto e carica di energia perché come prima cosa oggi faremo un giro tra le isole della baia. Se ci dice bene vedremo anche qualche delfino ma di farci il bagno insieme come profetizzavano alcuni proprio non se me parla perché continua a far freddo e giù al largo, è pieno di meduse! 

Trovo sconvolgente che per trovare dell’acqua pulita bisogni arrivare fino al largo. Primo stop all’isola di Russell,  carichiamo altri passeggeri e poi andiamo ancora più al largo… è una bella mattinata fresca e soleggiata, il capitano dell’imbarcazione non si limita a guidare ma anche a darci qualche indicazione su quello che stiamo vedendo. Per me di stare seduta non se ne parla, sto al piano di sotto in trepidante attesa. Dopo forse un quarto d’ora ecco la prima pinna! Li ho già visti altre volte ma è sempre un piacere, specie perché questa volta ci sono anche i cuccioli! Uno spettacolo che non ha uguali al mondo! Potete prendervi in giro quanto volete e mentire ai vostri figli portandoli in quello schifo di delfinari ma la verità è che un animale che è nato libero non amerà mai essere rinchiuso. Potete arrivare alla menzogna estrema dicendovi che lì li trattano bene, che hanno da mangiare in abbondanza, che sono curati e quello che vi pare ma il vostro cervello, come quello dei vostri figli, non registrerà questo. Se non siete totalmente sadici e psicopatici verrete immamcabilmente travolti da una sensazione di profondo disagio ed estremo disgusto, anche se il delfino volteggerà in aria, e eguirà alla perfezione gli esercizi che gli hanno imposto. Non potete essere veramente tanto stupidi da pensare che si divertano a fare giravolte e piroette! Se lo siete cambiate lettura, non tornate più su questo blog perché sappiate che vi disprezzo dal più profondo del cuore! Incontro già un numero sufficiente e abbondante di idioti nella vita di tutti i giorni, non ho bisogno di aggiungerne altri! 

Come volevasi dimostrare, nessuna buffonata è stata rivolta alla nostra attenzione, per solleticare il dubbio senso d’intrattenimento di buona parte della specie bipede a cui apparteniamo. La nave si avvicina piano, pianissimo e loro girano in direzione opposta. I cuccioli nuotano attaccati al fianco della madre, emergendo dall’acqua con un sincronismo perfetto. Sembrano onde, una sensazione stranissima, che non si può spiegare. Uno spettacolo della natura, meraviglioso ed emozionante perché privo di artifizi, finzione e sofferenza. 

Il tempo di fare qualche foto e ripartiamo in direzione opposta. Sono stata letteralmente folgorata da una collinetta che emerge dall’acqua con una sola casetta e un solo farò, tutto il testo è un prato verdissimo che scende verso il mare! Un posto suggestivo al massimo, che lo renderebbe quasi il rifugio perfetto se solo la Nuova Zelanda non fosse così cara! 

Poco più in là  c’è l’hole in the rock (un arco naturale) e poi sosta sull’isola di… Un panorama indescrivibile, per questo vi rimando alla foto! Si chiama Otehei Bay e purtroppo le foto non le rendono giustizia. 

Verso l’ora di pranzo torniamo a terra, mangiamo alla svelta e risaliamo sul pulmino. Ci fermiamo a vedere le Harare Falls, delle cascatelle, che dopo quelle di ieri, purtroppo non fanno più effetto. Continuiamo a salire e arriviamo al  Copthorne di Hokianga. Il primo hotel vero e proprio nei tour fatti fino adesso. Condivido la stanza con 2 inglesi e stiamo proprio vista mare! Mi cambio al volo e scendo in spiaggia a fare il bagno. Ci provo almeno perché è pieno di medusette e non sapendo quanto siano urticaria preferisco non rischiare quindi esco e mi godo la passeggiata sul bagno asciuga. Mi ferma una tedesca del mio gruppo per parlare. Già mi dà fastidio sempre ma diventa un sacrilegio se sto al mare! La malcapitata non lo può sapere però e mi sforzo a fare la civile fino all’ora di cena! Ecco, lì si, non mi dà fastidio è infatti ridiamo fino alle lacrime con altre persone del nostro tour. Esce fuori il discorso del blog, di come tutti ne vorrebbero tenere uno ma nessuno ci riesce. Io parlo del mio, di come sia nato da poco e solo er aggiornare gli amici. L’unico inglese del grupo mi fa notare che sicuramente quello pubblico è totalmente diverso da quello privato. È vero! Non solo chiacchiere inutili, dipende da chi incontri. Ridiamo ancora e parliamo tanto di tutto. Estremamente piacevole. 

Ci portano il miglior fish & chips ever! Non ne ho mai mangiato uno così buono, già temevo qualche zozzeria alla London style e invece sono stata piacevolmente sorpresa. 

Dopo cena provo a svincolarmi dal resto del gruppetto che ormai si è formato andando a fare una passeggiata su un pontiletto subito fuori la proprietà dell’hotel ma no, niente, non c’è verso di restare sola e mi seguono anche lì. Ci sono due ragazzi maori sulla fine della passerella. Uno mi attacca bottone con la semplicità e l’educazione che solo qui hanno e restiamo a parlare per un paio d’ore. Nel frattempo il sole è tramontato e gli europei che erano con me rientrati in hotel. No, non fatevi film perché non è il caso. Lascio Oti e rivedo la croce del sud con un gruppo di altre stelle a me sconosciute! Resto incantata per non so più quanto tempo. Dopo l’incontro con i delfini questa è un’altra cosa che non so spiegare. 

In camera trovo le 2 inglesi pronte per andare a dormire. Vicino al letto trovo un grilletto nero sulla tenda. Urlo mal represso, una di loro arriva con una ciabatta e via! Domani ci aspetta una levataccia quindi vado in bagno per prepararmi per la notte. Mentre mi lavo i denti sento dei rumori, dei tonfi. Esco e trovo le 2 inglesi in pieno panico. I grilli si sono moltiplicati, non è più solo uno e saltano da tutte le parti, specie vicino all’abat-jour di una di queste! Ne faranno fuori una trentina, nel frattempo intraprendo un via vai assurdo con la reception e per farla breve ci smistano in altre stanze dopo estenuanti trattative! 

Bay of Islands, giorno 14

La giornata comincia alle 4 e qualcosa. Né io né Chloé riuscivamo a dormire, mi avvio con calma al luogo dell’appuntamento. Il sole non è ancora sorto ma la città mi sembra tranquilla. 

L’autista arriva con estrema calma, si chiama Seagull. Incredibile ma vero, i genitori l’hanno chiamato veramente “gabbiano”. Dice che qui succede abbastanza spesso, è simpatico, anche lui armato di microfono, un entusiasta critico del suo paese, nel senso che non ha la presunzione di dire che sia il più bello del mondo, anche se, mi permetto di dire, ci si avvicina molto!

Direzione Bay of Islands. Ne comprende ben 144 tra isole e isolette ma la prima tappa la facciamo al Parri Kauri Park per ammirare e abbracciare gli alberi kauri, tipici della nuova Zelanda. Selvaggiamente abbattuti dagli inglesi e flagellati da funghi di origine europea. Per limitare i danni che potremmo involontariamente causare con qualche residuo sotto le nostre scarpe Seagull ci spruzza un disinfettante sotto le scarpe e siamo rigidamente tenuti a camminare su un apposita passerella di legno. Man mano che ci inoltrato nel parco gli alberi di felce si fanno sempre più alti e il canto delle cicale sempre più assordante. Non credo che siano gli unici a chiamarli gli insetti dell’estate, peccato solo che oggi sia coperto (ma almeno fa caldo) . Ho un flash e mi torna in mente San Foca. Sono ancora mezza addormentata ma non posso non sorridere! 

Il parco è meraviglioso, pausa cappuccino e andiamo alle Whangarei Falls. Immerse nel verde fitto di un bosco che contrasta con l’acqua marrone alla base delle cascate ma mi godo lo spettacolo senza pormi troppe domande. 

Proseguiamo alla volta di Kawakawa per vedere dei bagni pubblici progettati da un certo Hundertwasser, architetto famosissimo in Germania e paesi limitrofi e a mio modesto parere sopravvalutato. Sì, carini, particolari, tutti colorati ma non posso fare a meno di chiedermi se l’entusiasmo di mezzo pulmino (per metà tedeschi, austriaci e svizzeri)  non fosse un tantino eccessivo.  

Ultima tappa Paihia. Località di mare, spudoratamente turistica, troppo per i miei gusti. Di quel turismo che offende la decenza perché palesemente solo rivolto ai ricchi e molto rivolto alle nazionalità appena citate che hanno persino costruito degli chalet, come se fossimo in montagna. Lo so, lo so, viaggiare è un lusso, non ho l’ipocrisia di affermare il contrario; sicuramente, però, ne esistono varie forme. Seagull ci molla all’ostello, dopo averci dato le indicazioni per la cena e il giorno dopo è poi finalmente liberi per il resto del pomeriggio. Vado al mare ma tira vento. Con mia enorme sorpresa, mi accorgo che l’acqua è marroncina, poi marrone, continuo ancora sul lungomare mano trovo miglioramenti. Mi fermo sotto un albero a ragionare sul controsenso di partire da Ostia con un mare che ho sempre disprezato ma che oggettivamente è più pulito di questo! Sono incredula e delusa. Decisamente i conti non mi tornano. Si fa ora di cena, le 18.30, qui le mie abitudini sono salve e mi avvio verso il luogo dell’appuntamento col resto dei miei compagni di viaggio. I gruppi sono già formati. Inglesi, giovani e caciaroni sugli sgabelli. Gente più matura del centro Europa sulle panche. Odio fare conversazione per forza ma provo a sondare il terreno per capire che aria tira. Il primo gruppo di una demenzialità imbarazzante per l’intero genere umano. Sì, tutti siamo stati giovani ma non tutti siamo stati così cretini! Passo allora sulle panche, si parla solo tedesco e,  con mio profondo sconcerto, mi accorgo di aver dimenticato quasi tutto! Orrore! Mi fanno venire voglia di riaprire i libri ma quando?

Parlano tutti perfettamente o passabilmente inglese e molto carinamente cambiano lingua solo per me. Quattro convenevoli e poi attacchiamo subito a parlare di politica! Trump, Brexit, Europa… la pensiamo tutti allo stesso modo, ad eccezion fatta per l’operato della Merkel. Chiaramente in casa sua ha fatto un ottimo lavoro, ha fatto gli interessi del paese e non i suoi personali (manco a dirlo, come i politici nostrani!) ma si può realmente dire la stessa cosa per come ha gestito la politica estera? Persino i tedeschi non sono d’accordo tra di loro, invece di scatenare inutili guerre di fazioni cambiamo argomento che tanto non è certo in questa sede che stabiliremo come sono andate le cose! Sto un altro po’ e poi mi dirigo verso il mio letto-cuccetta! Siamo in 4 in camera, nessuno voleva prendere il letto di sopra, con tanto di tendina. Mi ricorda tanto i tempi di Costa allora mi offro volontaria! Ho pensato spesso a re-imbarcarmi, puntualmente frenata dal fatto che non è così che concepisco il viaggio…. ma gran bei tempi comunque! 

Auckland, giorno 13

È da ieri che pioviccica. Pare che qui faccia sempre così. Non fa freddo ma di certo non durerei a lungo in un posto del genere! 

Mi alzo alle 6.00, ora locale. Ho scoperto di non soffrire di fuso orario perché ovunque mi trovi mi sveglio alle 6.00, sempre e comunque! 

Non sono riuscita ad assuefarmi all’acre odore di spezie che pervade ogni angolo de sta casa, tra un po’ pure in bagno! 

Esco senza perdere altro tempo, direzione centro e per missione immediata un cappuccino che meriti vagamente questo nome! È sempre dura all’estero. Non voglio necessariamente qualcosa di italiano, mi piace anzi provare cose diverse ma che siano almeno commestibili! 

Facciamo finta che lo trovo, ne bevo uno che a Roma c’è l’arresto se servi ‘na pecionata del genere! Proseguo in direzione porto e Wynyard Precinct, un quartiere nuovo, tutto moderno, che un po’ mi ricorda Copenaghen. Pranzo con Chloé (per chi si fosse perso le puntate precedenti, ex collega di Nizza), per l’ennesima volta mi offre ospitalità e viste le condizioni un cui mi trovo accetto. 

Torno a prendere lo zaino grande, recupero pure una parte della penale e mi trasferisco da lei. 

Nel tardo pomeriggio decidiamo di andare sulla Sky Tower. Wikipedia dice che è la torre più alta del mondo nell’emisfero meridionale con un’altezza di 328 metri alla sommità dell’antenna.

Non c’è molta gente per fortuna, così ci godiamo meglio il panorama a 360° che si può ammirare da qui. Non piove più ma il cielo purtroppo è rimasto velato. Sono convinta comunque che quando fa bello debba essere uno spettacolo ancora superiore. L’iniziativa è stata di Chloé che però soffre si vertigini. Non è nemmeno l’unica. Assisto a scene di puro panico di fronte alle vetrate, gente che sbianca ed altri al limite del malessere fisico e dello svenimento. Peccato perché il panorama è meraviglioso. 

Scendiamo, poi mi viene in mente che possiamo fare un video cretino e infatti torniamo su solo per questo! 

Ci fermiamo in un mini market indiano a prendere 2 cose. Subisco un salto spazio-temporale! D’un tratto non siamo più ad Auckland ma in qualche anfratto dell’India! Merce buttata per terra, etichette di cui non conosciamo il significato. Il tizio alla cassa vestito all’indiana con musica a palla, sempre indiana, che gracchia da uno stereo anch’ esso buttato per terra. 

In hotel, tipo residence con angolo cottura, lei prepara, a sorpresa, le orecchiette più immmonde di cui abbia memoria ed io lo zaino per domani. No, non è vero, ho apprezzato molto il pensiero e ci siamo anche ammazzate dalle risate perché quando mi ha annunciato che la pasta stava ancora bollendo mi sono fiondata sula pentola, rassegnata a saltare la cena. La sorpresa e l’entusiasmo di scoprire che si trattava di orecchiette non è invece qualcosa che si può spiegare! 


Nuova Zelanda, arrivo! (giorno 12) 

Non era previsto, mi sono lasciata convincere perché era comunque in vetta alla lista dei paesi che avrei voluto vedere un giorno. L’aeroporto di Sydney è una tale “caciara” che non si può descrivere, sia dentro che fuori. C’è di tutto, ogni sorta di nazionalità, cibo a prezzi stellari, spropositati persino per un aeroporto ma è sicuramente in linea con quello che ho trovato in città. Si sente che qui siamo molto più vicino all’Asia rispetto che da noi. Io stessa sto per volare su un volo cinese, per la prima volta in vita mia. 

Tralascerò ogni considerazione sulle puzze immonde che ho incrociato fin’ora. Se dopo il volo non vi scrivo più sarò morta asfissiata!

Poco prima dell’imbarco mi ferma una signora per farmi un’intervista per il governo australiano. Indagine di mercato, vogliono capire come si muovono i turisti nel loro paese, cosa pensano, cosa gli interessa, etc. Alla fine mi regala dei segnalibro che verranno ripartiti tra gli amici ovviamente. 

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Contro ogni aspettativa volo eccellente. Cibo discreto e ho adorato i modi sbrigativi, al limite del brusco delle assistenti di volo cinesi! Zero cerimonie e sorrisi ma, stranamente lo trovo gradevole. Servizio e cibo promossi, alla faccia delle cerimonie degli Emirates e al loro menu pretencioso. Forse è un segno! Forse tutta la mia insofferenza sta svanendo e sono pronta per affrontare la Cina e finalmente vedere la grande muraglia!? 

L’aria condizionata a palla la fa sempre da padrona, peccato, molto peccato perché mi godrei molto di più il viaggio se solo non rischiassi un assideramento ogni volta. Sì, sono tra quelli che apprezzano il viaggio di per sé, senza nulla togliere alla meta. 

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Arrivo ad Auckland che pioviccica ma fa caldo. L’affitta camere dove ho prenotato è indiana, sposata con uno di qui, gentilissima ma con un senso dell’igiene molto approssimativo. Tutta la casa è invasa da odori fortissimi di spezie, anche la mia stanza, che è priva di cucina. Il letto è privo di lenzuola ma c’è un telo piegato in 4 che adatto allo scopo (mi prende il dubbio che non l’abbia messo lì a tale scopo ma sti cavoli!). La vera impresa di oggi sarà dormire con qjest’odote rivoltante.