Sydney, giorno 11

Ultimo giorno a Sydney. In preda a un colpo di testa ho deciso di partire e lasciarmi convincere a visitare la Nuova Zelanda. Ho poco tempo a disposizione ma Julie (collega di Nizza) mi diceva sempre che ne valeva la pena, inoltre era uno dei paesi in cima alla mia lista mentale quindi ok. In mattinata prenoto voli e hotel, nel pomeriggio un tour di 3 giorni, della stessa compagnia che mi ha portato sulla Great Ocean Road, Phillip Island e Wilson Promontory quindi decisamente sono ben disposta. 

Vado a zonzo per le strade del centro senza meta, venticello piacevole oggi e poi mi sbrago sull’erba dei giardini botanici. Da noi non lo farei mai ma qui non vedo traccia di schifezze. Si fanno le 17.00 che manco me ne accorgo. Avevo appuntamento con Chloé (altra collega di Nizza) all’Opera House, vado quindi all’appuntamento. Le retrouvailles all’estero sono sempre un po’ strane, noi facciamo foto sceme e ci raccontiamo le ultime. Domani anche lei andrà ad Auckland. 

Al tramonto riprendo il traghetto e il sole mi regala lo spettacolo che vedete nella foto. Fa freddino ormai, mare mosso, aria che sa di salsedine e lo skyline della città mi sembra più bello che mai. 

Sbarco a Manly e mi accolgono le solite urla spaventose dei pappagalli bianchi, non so come si chiamino ma qui è una specie abbastanza diffusa. Credo che sia a causa della solita lotta per il territorio. Dopo aver visto i gabbiani locali in azione non mi stupisco più, mi sembrano un po’ più piccoli e bellicosi dei nostri, oserei dire inutilmente aggressivi ma la verità è che mi fanno sorridere quando si rincorrono, arrabbiati e a passi concitati, lungo la spiaggia. A differenza loro,  però, i pappagalli emettono un verso che fa paura, molto più forte e l’inseguimento avviene, veloce, da un albero all’altro. 

Finalmente Biarritz

Sognare per anni un luogo senza conoscerlo, solo sulla base di racconti di amici di famiglia, grandi viaggiatori che ci andavano sempre, finalmente andarci e non restare per niente delusi. Come si può davanti alla forza dirompente dell’oceano in tempesta? Era la seconda meta del mio viaggio in Aquitania. Delusa da Bordeaux che lascio in un freddo e piovoso pomeriggio invernale con un bus pagato solo € 5!

Arrivo che è già buio, il vento mi distrugge l’ombrello ma mi riconsolo con l’hotel confortevole, in pieno centro e a prezzo stracciato. L’indomani mi precipito fuori saltando la colazione per la fretta di scoprire tutto quello che avevo sognato per anni. 

Il tempo non è minimamente migliorato, il vento forte riempie la spiaggia di salsedine e foschia, l’aria è profumata e in giro non c’è un’anima. Ancora meglio di quanto osassi immaginare! 

Di surfisti esibizionisti e piacioni neanche l’ombra. Sulla spiaggia grande dei mega massi emergono dall’acqua, le onde altissime ci si infrangono e i gabbiani sono a caccia di cibo. 

Arrivo fino al faro, affascinante come solo queste strutture sanno essere. Torno indietro perché la pioggerella si sta trasformando in acquazzone. Carino anche il paesino sull’interno. Quasi tutti i bar sono chiusi, pochissime macchine in giro, c’è una pace che si addice più al mare che al paese così appena si calma la pioggia torno sulla costa. 

Passo davanti alla cappella imperiale, il porticciolo e lo scoglio della Vergine. 

L’oceano è in tempesta, una danza tumultuosa e profumata di onde,  spuma, acqua salata. È una festa per gli occhi ma anche per il cuore, per i gabbiani che continuano a cercare cibo facile o almeno accessibile e per me che faccio il vuoto in testa, mi lascio cullare dal vento, come se fossi anch’io in mare, anzi nell’oceano. Cuffiette e musica a palla non riescono a coprire interamente le urla dei ragazzini incivili a cui non hanno insegnato a tacere di fronte a tanto splendore. Urlano eccitati, un fastidio immenso ma mi appoggio a un muretto e distolgo lo sguardo. Ci siamo solo io e le onde, alte, altissime, gli spruzzi arrivano fino a me! Non mi scanso, non avrebbe senso, faccio parte dell’acqua. Credo che giusto coi gabbiani ci possiamo capire. Preferirei di gran lunga avere lo scoglio tutto per me ma purtroppo non si può, evito il contatto coi buzurri della mia specie quanto più possibile, evito il contatto fisico e anche visivo. A fanculo tutti! Un’ora di pace in cui i Tiromancino (e non solo) imperversano nelle mie orecchie e nella mia testa. Per un’ora circa, è pace, è magia. Me ne vado solo perché la gente sta aumentando e i morsi della fame cominciano a farsi sentire. Sulla piazzola antistante una banda intona la marsigliese. Avevo dimenticato che ho avuto sti giorni liberi solo grazie all’armistizio che qui celebrano molto. Tiro dritto perché non amo le fanfare, i discorsi retorici, etc. anche se mi sembra che loro mantengano più sobrietà e pudore di quanto non faremo mai noi! 

Finalmente colazione. Orrida e trasudante burro in realtà ma avevi troppa fame, ma si era fatto mezzo giorno! Potrei scrivere fiumi di lamentele sulle pessime abitudini della cultura culinaria francese ma preferisco soffermarmi sui pregi che, manco a farlo apposta, riguardano altri campi! C’è un solo bar aperto sotto i portici della grand plage, mi godo la  vista ma non il pasto, fa parte del gioco, è mentre mi chiedo che cacchio ci vorrà mai a fare un panino che non sappia di surimi e maionese pure quando mangi pollo, avocado, etc. mi scordo del mio spirito brontolone, riacquisto una temperatura più umana e mi rifondo col mare. I gabbiani sono ancora lì, che volteggiano e passano la spiaggia al setaccio. Come fai a non pensare a Jonathan? Impossible! 

Sète e il viaggio della speranza !

A volte va bene, a volte va male… a volte diventa un fastidioso susseguirsi di contrattempi, a volte è accanimento ! Come in questo viaggio che ha coinvolto 2 città : Sète e Avignone e in cui sono rimasta sui vari treni il doppio del tempo che era necessario a raggiungere le varie destinazioni. 
Sète era una mia fissa da tanto tempo, dopo aver visto un film ambientato qui mi era venuta voglia di visitarla. Peccato solo che la città non fosse un gran che e che per raggiungerla c’è voluto il doppio del tempo previsto e 3 treni invece che 2. Parto all’alba perché ingeuamente pensavo di recuperare un po’ di tempo.  I problemi cominciano subito dopo Cannes. Un povero disperato si è buttato sotto il treno che ci ha preceduto. Le ferrovie lo annunciano col solito tattoo “il treno ha urtato un passeggero”, manco fosse unos contro di due passanti per strada, come se poi fosse possibile proseguire e andare oltre! Ma in questo i francesi sono maestri!

Noi restiamo quindi bloccati in stazione a Frejus (no, non quella in montagna), da quando sto qui ho scoperto che esiste la versione marittima, ci passo spesso col treno ma non mi fermo mai.

Con una sollecitudine che non le appartiene la SNCF (la società che gestisce le ferrrovie francesi) stupisce tutti con annunci frequenti e dei pacchetti con cibo, acqua e giochi per bambini dopo nemmeno un quarto d’ora ! Roba che da noi manco dopo 10 ore di fermo. Dopo 2 ore e mezza circa finalmente ripartiamo ma la coincidenza che dovevo prendere a Marsiglia ormai era persa. Sono quindi costretta ad aspettare a Marsiglia un altro treno che mi porterà a Montpellier e da li cambiare ancora per Sète.

Se non che il treno per Montpellier ha accumulato oltre un’ora di ritardo per un altro suicidio su un’altra tratta. Se non fosse tragico sarebbe quasi comico !

Arrivo a Sète alle 16.30 del pomeriggio invece che a mezzogiorno, orario inizialmente previsto.

Passo in hotel solo per posare lo zaino e approfittare subito di quelle poche ore di luce che mi restavano. Non so se fosse lo stato d’animo contrariato per i contrattempi o altro ma Sète non mi fa una grande impressione. Mi sembra piuttosto la Fiumicino francese.  

Hanno più di una darsena, barchette ovunque, invasione di gabbiani che pero’ apprezzo sempre molto, il loro gran vociare mi mette sempre molta allegria e uno splendido tramonto sul mare.

Prima di partire avevo letto degli articoli che parlavano del « maco » (museo a cielo aperto) e la street art presente in città. La solita esagerazione francese… 4 scarabocchi o almeno niente di rilevante da segnalare. Ho visto di molto meglio in città che se la tiravano meno. Pieno di ristoranti chiusi e illuminazione quasi assente. Fortuna che non pianifico mai cosi il giorno dopo decido di fare un ultimo giro per scrupolo, per vedere se davvero con la luce del giorno ricevo un impressione diversa o no. Cerco invano un forno che non mi sappia di sporco e non trovandolo mi dirigo a passo spedito alla stazione dove faccio il biglietto per Avignone e al bar della stazione trovo un cornetto di tutto rispetto che non trasuda burro nè sporco.

Collega alternativo

Divertente, simpatico, pacifico, discreto, sempre attento ad ogni nostro movimento: il collega più alternativo che abbia mai avuto!  Mi fermavo sempre ad osservarlo, lui e gli altri, a volte chiassosi ma sempre così teneri. 

Sto pensando molto al gabbiano Jonathan Livingston questo periodo! L’avrò letto non so quante volte  ma ritorna puntuale in mille riferimenti, mille accenni, ricordi… è tempo di librare nel cielo, volare, volare ancora…

Poi mi chiedo come siano gli altri gabbiani, se pigri o temerari come lui. Mi chiedo cosa ne penserebbe, ripercorro i suoi dialoghi interni… che vuol dire un libro che ti entra dentro! Ti si apre un mondo e per un po’ lasci quello reale con le sue brutture.E’ magia! Ma non riesce a tutti. 

Decisamente devo rileggerlo. E’ tempo di ritrovare un po’ di leggerezza, planare sulle cose…